Le ADR da spettatore ad attore del conflitto

Le ADR da spettatore ad attore del conflitto

Le ADR (Alternative Dispute Resolution) da spettatore ad attore del conflitto

I sistemi di Alternative Dispute Resolution (ADR) sono stati accolti dal nostro ordinamento a partire dal 2009 con l’introduzione dell’istituto della mediazione civile obbligatoria da parte del legislatore.

In realtà, l’arbitrato, che di fatto rientra fra questi strumenti, è ben precedente al 2009. Tuttavia, considero tale strumento, benché molto utile, un ADR spuria e cercherò di spiegarne i motivi.

Il legislatore ha motivato l’inserimento dei metodi alternativi di risoluzione delle controversie come strumento di defatigamento della giustizia ordinaria.

La funzione di tali strumenti sarebbe, pertanto, quella di non appesantire i Tribunali, già oberati da arretrati consistenti, cercando di tagliare il flusso alla fonte. Per questo motivo, l’arbitrato, essendo delegato a soggetti privati non intasa i tribunali, è stato inserito tra le ADR. Sembrerebbe, dunque, che il legislatore usi come categoria di classificazione fra giustizia “classica” e ADR, il fatto che ad esercitare la funzione di “smaltimento” del contenzioso sia un soggetto privato, autorizzato e controllato dall’ordinamento, ma privato.

In realtà, le ADR rappresentano una grande opportunità evolutiva sociale

attraverso l’inversione totale della logica classica di gestione del conflitto, come l’abbiamo vissuta fino ad ora: la logica dell’infanzia. Due o più persone litigano, si rivolgono ad un soggetto terzo che stabilisce chi ha ragione e chi ha torto. Questo presuppone che i litiganti non siano in grado di gestire il loro conflitto.

Le ADR, a partire dalla mediazione, invece aderiscono ad un’altra logica, quella dell’autodeterminazione delle parti. Non esistono una ragione e un torto, o magari le possiamo anche rinvenire, ma quello che ci interessa è che le parti, aiutate da un mediatore, da un facilitatore o anche in autonomia acquisite e sviluppate le competenze negoziali, abbiano le risorse per dare un nuovo assetto al loro rapporto, tale da soddisfare l’interesse di tutti coloro che da quel conflitto sono toccati.

Si tratta di un lavoro completamente diverso che identifica il cittadino come soggetto attivo del conflitto che sta vivendo.

Questo approccio appare dunque ontologicamente in contrasto con la visione classica che relega il cittadino a un ruolo molto più passivo, quasi di mero osservatore. Sarà un terzo sconosciuto, il giudice che, leggendo le carte presentategli non direttamente dal cittadino stesso ma da un suo rappresentante delegato, l’avvocato, deciderà chi è il cittadino buono e quello cattivo. La frustrazione di chi approccia alla giustizia spesso sta proprio in questo spossessamento del conflitto. Si ricordi la famosa frase manzoniana “All’avvocato bisogna raccontar le cose chiare: a noi tocca poi a imbrogliarle”.

A questo si aggiunge che il cittadino difficilmente può dire la sua in aula se non richiesto dal Giudice. E non sono pochi i casi di cittadini allontanati dall’aula proprio dal Giudice perché vorrebbero raccontare i fatti, esprimere le proprie ragioni, manifestare i propri sentimenti, quelli che li hanno portati a comportarsi in quel modo, ma non è quello né il luogo né il momento. Il tuo conflitto diventa di qualcun altro che lo gestisce secondo regole che, per lo più, risultano poco comprensibili.

Non sono poi nemmeno rari i casi di cittadini insoddisfatti pur avendo vinto la causa.

Le ragioni di questa insoddisfazione possono essere molteplici: non si sono potuti esprimere; non è stato possibile dire la oro; poca chiarezza sul come si è arrivati a quella decisione; non hanno capito perché l’avvocato si è comportato in quel modo; non hanno ricevuto le scuse che si aspettavano dall’altra parte o non hanno potuto nemmeno parlare con la controparte. L’arbitrato rimane una ADR spuria perché il giudice è sì un soggetto privato, non togato, ma al contempo lo schema è quello classico della delega della gestione del conflitto. La sua funzione di “defatigamento” del sistema è il motivo per cui quindi lo troviamo in elenco nelle ADR.

Nell’ottica appena analizzata, seppur molto succintamente, le ADR costituiscono quindi uno strumento di crescita addirittura personale del cittadino. Queste, infatti, attivano le sue risorse e gli consentono di migliorare con il tempo le competenze di gestione dei propri conflitti. Benché, dunque, il legislatore le abbia inquadrate come strumento defatigante per il sistema, le ADR potrebbero rappresentare una nuova interessante opportunità di applicazione pratica di strumenti di esercizio di democrazia e di autodeterminazione dei cittadini.

Gaetano Nicosia, avvocato maieutico e collaborativo, mediatore civile, negoziatore e counselor relazionale

Commenta l'articolo